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Il giorno del funerale

Il rintocco del campanile scandiva il passo lento del corteo funebre nell’avvallamento fra il Landi e la chiesa della santa Addolorata. La morte era sopraggiunta tre notti prima, di ritorno dall’osteria, pieno di vino, canzonacce e orgoglio, colpito sul groppone da un vaso di fiori stanco di dedicarsi al suo balcone. Dicevano ci avesse messo una notte intera a crepare. Me lo aveva detto, visibilmente rasserenata, mia zia Diana mentre mi abbottonava svelta il completo bello dei sabati del fascio. Quel giorno un vento tiepido discendeva dal castello di Bardi; correva veloce fra le vie del borgo inasprendosi in certi pertugi, per poi spingersi laddove le cucine delle fiaschetterie avevano da poco finito di saziare i turisti di agosto a colpi di gnocco fritto, e i vapori di tartufo e vino rosso li avevano definitivamente fatti stramazzare. La coda dello Scirocco passava brusca dalle finestre alle porte facendosi carico di quegli odori, fino a scoscendere sul greppo del Ceno per poi diradare sulle strade verso la pianura. Alcuni bambocci rincorrevano mosche agitando frasche e bastoni; talune donnette, bellamente imparruccate e scolpite nella ceralacca, picchiavano duro con bastoni e denari sorseggiando cedrata. Sedevano, invece, in cima alla strada, taluni alla frescura del portichetto del Piccolo, taluni all’ombra del campanile centrale, un ciuffo di umarelli gagliardi, fieri del nero corvino della propria chioma e tronfi dei denti appena rimessi; si accendevano torce e ciarlavano indecenti, facendosi beffa, fra dialetto, bestemmie e idiozie di una certa siòra Marisa.

- Andrea De Paoli -

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