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La mansarda in via Roma

Ci trovavamo ogni sera al bar di Angelo, un cinese con l’accento siciliano che viveva a Muggiano di Brianza. Eravamo sempre gli stessi, in sette o in otto a bere birra in inverno, giocare al calcetto, ridere e poi giù a bestemmiare contro Ben, che neanche a pagarlo riusciva a tirarne una in porta. Il locale aveva un giardinetto esterno dove stavamo in estate con i tavolini che traballavano sul terreno dissestato e le sedie di plastica che disilludevano qualunque aspettativa di stabilità ancora prima che ci si potesse sedere sopra. Passavamo le ore così, a dare calcinculo al tempo. Eravamo i soliti, ci conoscevamo da quando eravamo bambini e già dall’asilo ne avevamo i coglioni pieni gli uni degli altri. Insieme comunque abbiamo frequentato la scuola materna, le elementari, e poi le medie, e anche le superiori e dulcis in fundo tutti nello stesso ateneo milanese. Brera. Veronica e Gianluca potevano benissimo frequentare l’accademia delle belle arti a Firenze, ma gli anni che abbiamo passato qui legano, legano tanto che sono rimasti a Milano anche loro, così “per non dimenticarsi le facce” hanno detto. Dopo ci sono la Giada che però chiamiamo tutti quanti Jade e Arianna che non frequenta l’università ma lavora da quando si è diplomata e non si è ancora capito come faccia a trovare un impiego in meno di una settimana. E c’e anche il Luca Martellini che sta sempre a mangiare e annoia perché fuma a scrocco e quindi è sempre in chimica, un circolo vizioso. Ha dei capelli lunghissimi a riccioli che noi diciamo che si fa i bigodini e lui sclera e parte con una raffica di imprecazioni che alternano il Padre Eterno a qualsiasi categoria compresa fra oggetti, animali e talvolta frutta o verdura. Mi è capitato di vederlo a letto che si leggeva Il capitale di Marx e trattati sulle condizioni economiche dei più inculati paesi del mondo, fumando due pacchetti e infilandosi i mozziconi addosso perché non ce la faceva proprio ad alzarsi a prendere un posacenere.

- Irene Anglisani -

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