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L’inverno congelato

Il tepore luminoso del sole della mattina si alternava con la corsa delle nuvole che le fredde pozzanghere grigie proiettavano sulle strade e le case. Il corpo irrigidito, strizzato nel cappotto, Kimiko svoltò nella strada che saliva a sinistra; piegata in avanti, smosse i muscoli doloranti della schiena. Il sonno, una parentesi senza ricordi fra la morsa al petto della sera prima e la quiete improvvisa del risveglio, non aveva portato nessun ristoro. La mano frugò nella tasca fino a chiudersi sul metallo tiepido di un mazzo di chiavi; affacciato sulla lingua di asfalto rovinato che portava al bosco, lo stretto edificio a due piani con il tetto di tegole sbiadite, brillava del riflesso intermittente dei raggi che ne colpivano le finestre buie. Il piccolo cancello di metallo si aprì sugli spazi angusti del cortile, contesi dall’acero spoglio, dalla vecchia bicicletta, dall’armadietto metallico chiuso con il fil di ferro; la porta d’ingresso la inghiottì in un buio polveroso e immobile. La mano cercò sulla parete fino a trovare l’interruttore. Risvegliato lo sguardo artificiale della grande lampada sul soffitto della sala, Kimiko si sfilò gli stivaletti lucidi sul genkan affollato di vecchie scarpe; alcune erano lì da che lei avesse ricordi, assieme al consunto bastone da passeggio intagliato nel legno. Il vuoto smarrito della grande stanza al pianterreno era saturo di un silenzio immobile, il suono dei suoi passi scalzi assorbito dal tatami come acqua da un terreno assetato. Quell’inverno sembrava aver congelato tutto in un letargo ostile e improvviso; un libro letto per metà, le lettere aperte ordinate su un mobiletto, il calendario pieno di appunti fermo su un mese ormai passato. Nella cucina il frigorifero ronzava a vuoto, lo scrosciare quotidiano del rubinetto arido un ricordo, il calore e profumi dei fornelli fuggiti come rondini ai primi freddi.

- Davide Percivalli -

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