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L’Oroscopo di Jonson

Il menu della clinica mi informa che questa sera, per cena, verrà servito del petto di pollo stilettato con contorno di verdure bollite. Immagino sia un errore. Immagino che sarà sfilettato, il petto del pollo. Immagino. ‘Pollo stilettato’. Non è un accostamento di parole che uno legge volentieri, dopo essersi preso due coltellate in pieno volto – una nella guancia e l’altra dritta nell’occhio. “Signore”, ha detto il medico con il mio referto in mano, sbigottito. “Lei non dovrebbe essere... vivo.” Io avrei voluto dirgli che mi dispiaceva. Ma non ricordo nient’altro. E ora – mi è stato detto – potrei persino soffrire di allucinazioni olfattive per il resto della vita. Non so se crederci o meno, a questo, però... a volte, quando mi sveglio, mi sembra di sentire la puzza di bruciato di quel che restava della tua auto. Ma sono fortunato: la mia infermiera del turno serale è molto carina. Attenta, poi. Meticolosa. Potrebbe essere mia figlia, e un po’ vorrei che lo fosse. Ieri gliel’ho confessato. Ha sorriso. “Purtroppo ho già un padre”, mi ha risposto. Credo ti piacerebbe. Il mio momento preferito della giornata è quello in cui viene a misurarmi la pressione e a cambiarmi i medicamenti. Uno dei primi giorni, mentre mi tamponava le ferite col disinfettante, mi ha detto: “Non si abbatta. Anche questa brutta storia le regalerà qualcosa, alla fine.” Ogni sera, dopo cena, io e la mia infermiera giochiamo a L’Oroscopo di Jonson. Qualche paziente dimesso ha scordato nel cassetto del mio comodino una copia consunta di Volpone, la commedia di Ben Jonson, e noi la usiamo a modo nostro; per predirci il futuro a vicenda, o ricevere dagli astri indicazioni sul domani. Così, ogni sera, chiudiamo gli occhi e apriamo Volpone, una pagina a caso. Poi, alla cieca, puntiamo il dito su una riga e leggiamo i consigli dell’oracolo. Messaggi del tipo: “Dolce dama, venite più al dunque.” “Buon signore, strisciate di più.” “Sii un artista, adesso, torturati in modo sopraffino.” “Comincio a subodorare impostura, qui.” “Taglia la corda, ti prego!” Questa infermiera profuma come una caramella gusto fragola. E all’ora in cui mi lascia e se ne va, e le luci si spengono, la sua essenza resta ancora con me. Il mio ultimo oroscopo diceva: “Oh cielo! Puoi tollerare un simile cambiamento?” È l’olfatto, dicono, a evocare la memoria nella maniera più rapida ed efficace. E, anche se ho dimenticato cosa mi sia successo alla faccia, e so che non è lo stesso, il profumo dell’infermiera mi ricorda te. Mi fa pensare alla notte dell’incidente, la notte in cui sei morta. All’odore del tuo sciampo, che ha pervaso la mia camera e io ho sentito farsi più forte, più vicino, quando ti sei chinata su di me per darmi il bacio della buonanotte – la notte in cui non c’eri.

- Federico Muta -

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