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Gli anni

Deve esserci un’altra vita, pensò aggrappandosi al palo freddo e unto, appena prima che la metropolitana frenasse. Un uomo con gli occhiali da sole gli pestò il piede. “Mi scusi”. “Niente”. Le porte si aprirono su un mare di persone avvolte in cappotti, sciarpe e pellicce. Se ne stavano tutti ammassati oltre la linea gialla. C’era chi ascoltava musica, chi leggeva un libro, chi scrollava la home di Facebook e chi parlava al telefono: “È arrivata la metro, ti chiamo quando scendo”. Con la mano stretta attorno al metallo freddo e unto, guardando tutte quelle persone, pensò di nuovo: Deve esserci un’altra vita. “Loreto, fermata Loreto”. Salì una ragazza – un basco bianco sui capelli scuri – e gli sorrise. Erano stati compagni di corso all’università, ma lui non ci fece caso e lei, dopo un istante in cui si sentì arrossire non ci pensò più. Si sentiva come sull’orlo di un precipizio. Lì, proprio lì, in quel vagone pieno di uomini e donne e vecchi e bambini un’altra vita doveva esserci. Non sappiamo niente, niente, niente. Io di me, non so niente. “Piola, fermata, Piola”. La ragazza con il basco bianco e i capelli scuri riuscì a sedersi e tirò fuori un libro: Gli anni. Attaccato al palo, unto, ma meno freddo, sentì di esserci vicino. Alzò lo sguardo e si specchiò nel soffitto della metropolitana. In una frazione di secondo, il pensiero tanto agognato – l’illuminazione – sfuggì via. “Lambrate, fermata di Lambrate”. Era la sua fermata.

- Elisa Carini -

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