La nostra sede

2500 metri quadri che prima erano una fabbrica.
Un tempo, al posto della scala tutta gialla, c’erano i torni e le presse della Faema, Fabbrica Apparecchiature Elettro Meccaniche e Affini e poi gli operai, intenti a costruire macchine da caffè, proprio le stesse che Seth Brundle, ne La Mosca di David Cronenberg, affermava di possedere. Il tempo passa, tutto si muove e le identità cambiano ma forse, la sostanza profonda di cui sono fatte le cose del mondo, forse rimane uguale per sempre e qui ancora si crea, ogni giorno, qualcosa di bello.

Aule e struttura

Quattro grandi navate e un cortile pieno di gelsomini. Un giardino, dove in mezzo vive un melograno e poi la scuola, tutt’intorno. Un teatro, aule informatizzate, studi fotografici e grandi spazi polifunzionali, per ospitare ogni esigenza espressiva. Tante linee verticali, in salita libera verso il cielo. Altezze vertiginose, che superano gli otto metri. Innumerevoli vetrate. Un luogo aperto, privo di barriere architettoniche e pieno di luce.

Elogio dei secondi

20 aule.
Ognuna porta il nome di un secondo arrivato della storia umana. C’è il ragionier Filini e poi Watson e anche Tesla; Artemisia Gentileschi e Hedy Lamarr.
Mohole. Un nome. Un personaggio mai realizzato. Una voce mai sentita per ascoltare tutte le altre. Soprattutto quelle di chi, sul gradino più alto del podio, non ci è mai salito.

Cosa significa Mohole

“La prima idea era stata di fare due personaggi: il signor Palomar e il signor Mohole. Il nome del primo viene da Mount Palomar, il famoso osservatorio astronomico californiano. Il nome del secondo è quello di un progetto di trivellazione della crosta terrestre che se venisse realizzato porterebbe a profondità mai raggiunte nelle viscere della terra. I due personaggi avrebbero dovuto tendere, Palomar verso l’alto, il fuori, i multiformi aspetti dell’universo, Mohole verso il basso, l’oscuro, gli abissi interiori. Solo alla fine ho capito che di Mohole non c’era alcun bisogno perché Palomar era anche Mohole: la parte di sé oscura e disincantata che questo personaggio generalmente ben disposto si portava dentro non aveva alcun bisogno di essere esteriorizzata in un personaggio a sé…”
– Italo Calvino in un’intervista del 1983 a proposito del suo romanzo Palomar

Mohole è una piccola città del Maharashtra, un linguaggio di programmazione, la più grande e complessa trivella galleggiante mai vista, costruita per arrivare al centro del mondo, un personaggio rimasto nelle intenzioni dell’autore. La nostra scuola si chiama Mohole perché ci piacciono tutti i viventi e le identità, i colori e le forme del mondo, gli abissi e la luce, tutte le parole e tutte le voci, anche quelle che non ha mai sentito nessuno.

La nostra storia

“Io e Vito passavamo le estati lì. In Puglia. Seduti sul nostro ulivo. Ci raccontavamo tante cose ed è su quell’ulivo che è nata l’idea, il progetto di quello che poi è diventato Mohole. Avevamo otto e dieci anni.”
– Cosimo Lupo | Direttore generale

È il 1998 quando Cosimo Lupo e Vito Longo costituiscono a Milano il primo nucleo di un laboratorio di linguaggi. Quaranta metri quadri, pieni da scoppiare di idee, progetti, interferenze sperimentali e contaminazioni, in piazzale Susa.

Nell’aprile 2004 troviamo un nome, Mohole e una nuova sede in via Desiderio, “in uno spazio piacevolmente immerso nella quiete un po’ surreale che circonda la fuggevole baraonda di città-studi. Ex fabbrica di vetro, conserva l’atmosfera trasognata e divertita di un film alla Frank Capra.” (Roberto Rizzente, Hystrio)

Intanto, diventiamo grandi. Grazie all’innesto di un progetto formativo di qualità, Mohole si trasforma nella grande scuola di Cinema, Comunicazione e Storytelling che conosciamo oggi. Nel 2015, sotto il bel sole di maggio, ci trasferiamo in via Ventura al numero 5. Oggi, nelle nostre aule, ci sono circa 1000 studenti. Disegnano, scattano, scrivono, girano. Giocano a ping pong. Sorridono. Insieme a loro, quasi 100 insegnanti. Hanno tutti un’aria felice.

Mohole Gift 2019

A Natale o quando ti pare, regala Mohole.

scopri di più