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Xanax

MAX In metro c’è un cartello pubblicitario che dice “vieni a vivere a” quello che viene dopo è stato ripassato con un pennarello indelebile nero, quello che viene dopo non è mai divertente. Sto in piedi senza tenermi, Tom mi scrive “dove sei testa di cazzo?”, io rispondo “dove dovrei essere?” Mi dice Al cinema stronzo, ti sto aspettando. Non scendo alla fermata di casa mia, si libera un posto ma non mi siedo. “Arrivo” scrivo a Tom. Fa meno freddo del solito, una vecchia con un basco rosso in testa fissa le mie Vans. Le ho distrutte dovrei buttarle ma mi piacciono troppo, questo vorrei dirle per non lo so, fare qualcosa, sembrare una persona normale, tenermi lucido, essere dove dovrei essere. Non apro bocca ma le sorrido, ha un grosso neo sul mento, mi guarda male e scuote la testa. Perdo la fermata per il cinema, tiro fuori il telefono dalla tasca dei jeans neri, una chiamata persa di Tom. Io non ci sono, non ci sono. Infilo una mano nell’altra tasca e sento una bustina di plastica. Xanax. Deve avermelo dato Skull lo scorso venerdì. Non mi chiedo nemmeno quando ho fatte sparire le altre pillole, perché ho tenuta la bustina in tasca, perché l’ho tirata fuori alle sei di sera sotto la luce fastidiosa e da emicrania di questa metro, non mi chiedo niente. Butto la bustina per terra, ingoio la pillola lì, con un bambino che piange sul passeggino e la vecchia che mi guarda confusa e il mio riflesso sul vetro nero e sarei dovuto rimanere a casa anche questa volta e domani non vado a lezione e stasera non vado al cinema e non c’è niente e nessuno che possa farmi cambiare idea.  

- Denise Tshimanga -

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